L’economia mondiale è in carenza di materie prime

Carenza di materie prime nel mondo

A distanza di un anno, mentre la pandemia avanzava devastando un paese dopo l’altro e le economie iniziavano a mostrare i sintomi distortivi di un sistema globalizzato, le aziende facevano i salti mortali per rispondere alla domanda dei consumatori che, in preda al panico, si accaparravano davvero qualsiasi cosa. Beh, non proprio tutto.

Oggi, seppur la situazione economica globale e nazionale sia in leggera ripresa, lo scenario si è ribaltato: sono proprio le aziende che cercano furiosamente di fare scorta di materie prime e, spoiler alert, il problema sta proprio nella disponibilità di quest’ultime: le risorse stanno finendo.

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Carenza di materie prime per i produttori

Nonostante l’articolo dal quale prende spunto questo post risalga al 17 maggio 2021, è interessante approfondire questo tema perché, che piaccia o meno, potremmo trovarci sul confine della tempesta perfetta.

Bloomberg, nell’articolo dal titolo “L’economia mondiale è a corto di tutto” fa il punto della situazione sullo stato dell’economia mondiale che, a dirla tutta, pare essere piuttosto agrodolce. Se da un lato la pandemia ha contratto la domanda di alcuni servizi, ha fatto letteralmente esplodere la domanda di beni.

Complice il lockdown, lo smartworking e la naturale tendenza a usufruire di beni e servizi individualmente, la domanda di alcuni prodotti è schizzata repentinamente generando una corsa all’approvvigionamento.

Bisogna infatti notare che grazie alla globalizzazione, in questo ultimo decennio, le strategie produttive delle aziende si sono gradualmente spostate verso una produzione – con tutto ciò che ne deriva – chiamata “Just-in-Time“. La produzione Just in Time ha la peculiarità di minimizzare le scorte di magazzino, ottimizzare il ciclo di vendita e produrre esclusivamente quanto necessario. Appunto, produzione al momento. Questa strategia è ottimale in un contesto abbastanza statico, o comunque in assenza dei cosiddetti shock.

Come si può immaginare, la pandemia ha generato uno shock di domanda, innescando un effetto dominio su scala globale. Ed ecco allora che il settore dell’automotive, dei materassi e dei fogli di alluminio – per citarne solo alcuni – si trova ad acquistare molto più materiale del necessario per sopravvivere alla velocità vertiginosa con cui la domanda di merci si sta riprendendo. Domanda che potrebbe diminuire con la stessa velocità con la quale è cresciuta.

Foto di Tiger Lily da Pexels

Questa vera e propria frenesia (quasi una febbre) nell’approvvigionamento di materie prime sta spingendo le catene di distribuzione sull’orlo del baratro. Carenza di materie prime, effetto “imbuto” e picchi di prezzo stanno toccando livelli mai visti prima a partire dal dopo guerra. Tutto qui il problema? Purtroppo no. Questo trend potrebbe far aumentare una bestia nera dell’economia: l’inflazione.

Quali risorse e materiali mancano?

Rame, minerale di ferro e acciaio.
Mais, caffè, frumento e soia.
Legname, semiconduttori, plastica e cartone per imballaggi.

Il mondo oggi ha scorte apparentemente basse su tutto, ma la carenza di materie prime è la carenza più importante. Carenza di cui non si ha memoria per vastità o per durata, visto che nessuno pare riuscire a stimare per quanto tempo durerà. Grandi o piccole, locali o internazionali, poche imprese vengono risparmiate.

Mancanza che si riflette per forza di cose sul prezzo delle materie prime. Rispetto i prezzi pre Covid19, il costo delle materie prime è aumentato del 47% per il rame, del 12% per il grano. La soia è aumentata del 15%. Il legno si è apprezzato del 6%, toccando punte del 20% se parliamo di legname per pallet (bancali). E questi sono solo alcuni degli aumenti più eclatanti.

Si aggiungono anche le calamità

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è un elenco insolitamente lungo e crescente di calamità che hanno scosso il mercato delle materie prime generando carenza a livello globale negli ultimi mesi. Solo per citarne alcuni:

  • un’ondata di gelo in Texas ha generato un esteso blackout che ha compromesso le infrastrutture energetiche e petrolchimiche negli Stati Uniti centrali a febbraio;
  • un incredibile incidente nel Canale di Suez (che si è guadagnato addirittura una pagina su Wikipedia) ha impattato pesantemente sulla logistica globale a marzo;
  • un attacco hacker a Colonial Pipeline a maggio ha abbattuto il più grande gasdotto di carburante negli Stati Uniti. Questo attacco ha fatto salire i prezzi della benzina sopra i 3 dollari al gallone per la prima volta dal 2014.

Il tutto, in un contesto di pandemia globale di Covid-19 che pare rialzare la testa a causa della variante Delta, meglio conosciuta come variante indiana.

L’outlook negativo dei gestori della logistica

Per chiunque pensi che tutto finirà in pochi mesi, c’è una brutta notizia. Prendendo in considerazione l’indicatore economico statunitense noto come “indice dei gestori della logistica”, l’outlook purtroppo è negativo e durerà ancora per circa un anno.

Questo indicatore si basa su un sondaggio mensile che viene fatto ai responsabili delle forniture aziendali. Nel sondaggio vengono chiesti circa dove vedono le spese di inventario, trasporto e magazzino – i tre componenti chiave della gestione delle catene di approvvigionamento – ora e tra 12 mesi.

L’indice attuale è al suo secondo livello più alto nei record risalenti al 2016 e l’indicatore futuro mostra poca tregua tra un anno. L’indice si è dimostrato incredibilmente accurato in passato, corrispondendo ai costi effettivi circa il 90% delle volte.

Immagine da Pexels

“Essenzialmente ciò che le persone ci dicono di aspettarsi è che sarà difficile portare l’offerta in un luogo in cui corrisponda alla domanda […] e per questo continueremo a vedere alcuni aumenti di prezzo nel corso i prossimi 12 mesi”, ha detto Rogers, esponente della logistica statunitense che contribuisce alla definizione dell’indice.

E in Italia? La situazione non è difforme dal contesto globale, seppur le ripercussioni sul consumatore finale iniziano solo ora a palesarsi, prevalentemente sui costi di energia e gas, che sono i primi indici a risentire delle fluttuazioni economiche. Tuttavia, l’industria del Bel Paese già lamenta carenza di materie prime e un aumento spropositato di domanda e costi di approvvigionamento. Il caso emblematico è rappresentato dall’acciaio con un aumento del 70% del prezzo di acquisto.

La domanda e i costi vanno sempre aumentando

Le tensioni si estendono fino alla produzione globale di materie prime e possono persistere perché la capacità di produrre più di ciò che è scarso – con capitale o lavoro aggiuntivi – è lenta e costosa da aumentare.

Oltre ai costi dei materiali, anche i costi del cibo stanno aumentando. L’olio commestibile più consumato al mondo (l’olio di palma ndr.) è cresciuto di oltre il 135% nell’ultimo anno raggiungendo un record storico. I futures sul mais hanno raggiunto il massimo da otto anni mentre i futures sul grano sono saliti ai massimi dal 2013.

L’indicatore dei costi alimentari mondiali delle Nazioni Unite è salito ad aprile, guadagnandosi il podio come più alto in sette anni. I prezzi registrano la crescita tendenziale più lunga da oltre un decennio – vuoi per le preoccupazioni legate al cambiamento climatico e una politica di scorta aggressiva condotta dalla Cina che sta riducendo le forniture – il risultato è che lo scenario di un aumento considerevole dell’inflazione si fa sempre più concreto.

Il trasporto delle merci

Immagine da Pexels

Nel frattempo, a correre a tutta velocità tra fabbriche e consumatori sono le navi, i camion e i treni che spostano le parti lungo un processo di produzione globale e i prodotti finiti sul mercato.

Le navi porta-container funzionano a pieno regime, spingendo le tariffe dei carichi oceanici a livelli record e intasando i porti. I dirigenti di AP Moller-Maersk A/S, il vettore di container primo al mondo, prevedono solo un graduale calo delle tariffe di trasporto marittimo per il resto dell’anno. E anche allora, non si aspettano un ritorno al servizio di trasporto marittimo ultra-economico dell’ultimo decennio. Sta arrivando più capacità sotto forma di nuove navi in ​​ordine, ma ci vogliono due o tre anni per costruirle.

Cosa dovrebbe fare un prepper?

Come per ogni cosa, la strategia da adottare è complessa e varia a seconda dei propri bisogni, attività, lavoro e luogo nel quale si vive. In realtà, questa problematica dovrebbe essere già contenuta attraverso la strategia di scorte che ogni buon prepper adotta (se non sai di cosa sto parlando, dai un’occhiata all’articolo Scorte di cibo: perché dovresti farle prima).

Discorso differente attiene ai prodotti quali legname (occhio che aumentano anche legna da ardere, pellet, ecc), oggetti elettronici e beni di consumo. Per questi, una strategia momentanea potrebbe essere quella di usare il mercato secondario (l’usato per intenderci) che risente meno delle fluttuazioni di prezzo. Usare le piattaforme online come Subito o Facebook Marketplace, per citarne alcuni, potrebbe nascondere qualche affare da non perdere.

Sicuramente, sul lungo periodo, la capacità produttiva tenderà ad armonizzarsi con la domanda e lentamente tornerà tutto ad uno stato simile a quello di pre-crisi. Tuttavia, questi eventi ci servono da monito e da stimolo per prepararci meglio alle sfide che questo pianeta ci metterà davanti.

Fonti:

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Foto di Samuel Wölfl da Pexels

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